giovedì 11 giugno 2009

Commentario alle Elezioni


Torno a scrivere dopo tanto tempo sul mio Blog, che nel frattempo ho ridenomitato ancora una volta - chiamandolo semplicemente LORD TOJO - e torno per scrivere il mio primo "articolo" di commento elettorale da quando non sono più un attivista, ma semplicemente un cittadino-elettore come tantissimi altri.

Poiché la politica nazionale sinceramente mi ha ormai nauseato (ed è uno dei motivi per cui non faccio più l'attivista), preferisco concentrarmi sui risultati avuti nella mia provincia (Piacenza), sia per le Provinciali che per le numerose Comunali.

Ovviamente non posso che cominciare con la gioia e la felicità per la vittoria di Massimo Trespidi in Provincia di Piacenza, primo Presidente di centrodestra nella nostra storia e primo Presidente ad essere eletto al primo turno, nonché candidato che porta un consistente valore aggiunto personale alla "dote" dei partiti che lo sostenevano.
I numeri parlano da soli e sono molto eloquenti:

Voti candidato-Presidente Massimo Trespidi --> 83.970
Voti liste a sostegno di Trespidi (PdL, Lega Nord, UDC, AS, PE) --> 76.006
Voti candidato-Presidente Gianluigi Boiardi --> 66.213
Voti liste a sostegno di Boiardi (PD, PRC, IdV, SL, 2 civiche) --> 58.216

Per completezza forse sarebbe opportuno guardare anche ai numeri delle Provinciali precedenti del 2004 (prendendo ad esempio il primo turno, notoriamente più partecipato in termini di affluenza):

Voti candidato-Presidente Tommaso Foti --> 69.266
Voti liste a sostegno di Foti (FI, AN, UdC, Sgarbi, lista civica) --> 59.891
Voti candidato-Presidente Gianluigi Boiardi --> 74.617
Voti liste a sostegno di Boiardi (DS, Margherita, PRC, IdV, PRC, PdCI, PP, lista civica) --> 62.335

Che dire?
Tenendo conto dell'ampio astensionismo che ha caratterizzato queste elezioni (a livello di Provinciali, circa il 4% in meno di votanti rispetto al 2004), non si può non notare come il centrodestra sia riuscito non solo a mantenere i propri consensi ma ad espanderli notevolmente rispetto al 2004, sia in termini di voti alle liste che di voti "personali" al candidato. Oltre a ciò è da evidenziare come la quota di oltre 83.000 voti di Trespidi sia in assoluto il massimo storico di piacentini che votano un esponente di centrodestra in Provincia... un bel record!
Guardando a sinistra non si può che vedere un quadro decisamente desolante: continua il trend decrescente di consensi al centrosinistra, sia a livello di liste che di candidato-Presidente, il che lo riporta ai livelli del 1999, quando però il centrosinistra era "monco", poiché nell'allora Ulivo mancava la presenza dell'ala comunista (l'era di Dario Squeri, per intenderci...).

Apro e chiudo una parentesi personale su Trespidi. Massimo ha vinto, ed ha vinto con questi numeri soprattutto in barba a coloro che lo denigravano e lo consideravano un candidato "debole", etc. etc. etc.

Venendo ai partiti, molte cose sono cambiate ed anche la "foresta pietrificata" della politica nostrana ha subito dei begli scossoni.
Non comincerò in modo "scontato", come han fatto in tanti, partendo dal successo della Lega: per me la sua avanzata era praticamente scontata; le davo almeno il 15% da diversi mesi - e sono in molti a potermi fare da testimoni - e chi non se l'aspettava probabilmente ha vissuto in un'altra provincia.
Parliamo invece del PdL, o meglio del flop del Popolo della Libertà, perché di flop bisogna parlare quando un partito a vocazione maggioritaria (nel senso assoluto del termine) prende il 29,99% (pari a 42.618 voti), rispetto ad un "bottino" del 37,36% del 2004 (pari a 53.026 voti) - sommando FI, AN e la lista Oltre i Partiti, riconducibile all'onorevole Foti .
Qui non esiste la scusante dell'astensionismo, perché si è visto bene dai dati che il centrodestra a Piacenza non ha mai avuto - nel complesso - così tanti consensi, e che quindi l'astensione ha evidentemente penalizzato il centrosinistra.
Non esiste neppure l'effetto-travaso, derivante da un candidato-Presidente di partito diverso, visto che Massimo Trespidi è Vice-Coordinatore del PdL e già Coordinatore provinciale di FI: diciamo piuttosto che Massimo ha vinto nonostante il PdL fosse in calo, e chissà quanti voti gli ha avitato di perdere con la sua presenza!
Tanto per farvi un'idea, la sola FI nelle Politiche 2001 prese il 35% dei suffragi in provincia di Piacenza...

Ho sempre avuto perplessità sul progetto e sull'idea di fondo del PdL: questi risultati, per non parlare di quelli nazionali, non mi han certo fatto cambiare idea.

Medesimo discorso si potrebbe fare sul PD, anche se mi sembra evidente che, sui risultati locali dei democratici, abbiano influito alcuni fattori straordinari come:
  • la presenza di una pseudo-lista civica, che in realtà sempre più si rivela essere il Partito di Boiardi, mascherando così abilmente quella che sembrerebbe a tutti gli effetti una scissione dal PD;
  • le faide intestine e le divisioni che, come un fiume carsico, lasciavano intravedere una non-condivisione di tutto il PD sul nome di Boiardi, in primis l'area riconducibile al Sindaco di Piacenza, Roberto Reggi, più volte assiduo assenteista agli eventi elettorali di Boiardi... del resto "non mi ha mai invitato!"
Certo è che, a mio parere, per lo schieramento democratico riferente a Reggi, la sconfitta di Boiardi è molto meno traumatica e nociva di quanto si possa pensare: Reggi ora è l'unico grande Amministratore in carica e popolare del PD nella nostra provincia, vale a dire che si può, a giusto titolo, definire il vero deus ex machina dei democratici piacentini. Questione di mesi e ci sarà un Congresso dove lo stesso Reggi potrà giustamente far valere la sua linea politica - incline alla vocazione maggioritaria del PD - e porre le basi per la sua ascesa ai livelli nazionali del partito, fatto tanto più probabile considerando che il Sindaco è già al suo secondo madato e che attualmente l'assessore De Micheli - "reggiana" di ferro - detiene anche uno scranno in Parlamento, guarda-caso per strenua volontà di Reggi. Se poi aggiungiamo la stretta amicizia tra Reggi ed Enrico Letta, possibile candidato-Segretario nazionale del PD, gli indizi sono evidenti...

Voglio dedicare ora un passaggio anche ai "candidati minori", in particolare all'amico Alberto Squeri ed alla sua lista "Unirsi al Centro".
Premesso che tutti hanno il diritto di candidarsi, voglio qui pubblicamente ammettere che né io - sicuramente non ostile alla famiglia Squeri, data l'amicizia a livello familiare e personale con diversi di loro - né molti altri, pure vicini al fratello Dario durante le Comunali 2007, abbiamo capito fino in fondo il perché di questa avventura.
Come giustamente diceva un amico - che qui non cito, ovviamente - molto vicino agli Squeri, il vero handicap di partenza della lista era la mancanza di un "tema forte" su cui impostare la campagna elettorale.
Partendo dall'idea - dichiarata apertamente - di non puntare a vincere ma ad ottenere il 3% (e quindi un Consigliere provinciale), è evidente che un simile obiettivo debba coniugarsi necessariamente con l'idea di essere un movimento di testimonianza di un tema specifico: non si può avere obiettivi elettorali di nicchia ed idee programmatiche generaliste, è un contro-senso!
Faccio un esempio: Dario Squeri, nel programma per Piacenza 2007, mise un forte accento sulla tematica ambientale e del rilancio del centro storico della città. Un'idea non peregrina sarebbe stata quella di riprendere in mano fortemente questi temi - oggettivamente un po' "dimenticati" in questa campagna elettorale - e candidarsi a rappresentarli e difenderli in Consiglio provinciale, a mò di lobby.
Comunque capita a tutti di perdere, ci mancherebbe...

Per concludere questo lunghissimo post, frutto della lunga "astinenza da blog", non posso che ricordare come questa tornata elettorale abbia riguardato anche moltissimi Comuni della provincia, dove in diversi casi ci sono stati veri e propri "ribaltoni" (Sarmato, Ziano, Lugagnano, Castell'Arquato, Bobbio...), ma che soprattutto hanno segnato l'inizio dell'ascesa di una generazione molto giovane di amministratori, sia di minoranza che di maggioranza.
Mi voglio qui riferire ovviamente all'imprenditore venticinquenne Jonathan Papamarenghi, neo-Sindaco di Lugagnano che ha scalzato il centrosinistra da una sua "roccaforte"; all'ingegnere consulente di ONU e NATO Giovanni Piazza, neo-Sindaco di Ottone; alla lista che ha vinto a San Pietro in Cerro, tutte persone nuove della politica; ai neo-consiglieri di maggioranza (e magari anche futuri assessori) Massimo Bollati di Castel San Giovanni, Daniele Razza di Nibbiano e Samuele Uttini di San Giorgio, tutti e tre record-men di preferenze personali; ai giovani come Paolo Bottazzi di Pontenure, eletto con numerose preferenze all'opposizione; ai mancati-consiglieri per un soffio, come Alex Dovani di Alseno, Martina Platè di Bobbio ed Andrea Rossetti di Pontenure.
Mi riferisco ovviamente anche agli attuali mancati-consiglieri provinciali, ma che un domani potrebbero diventarli, in caso di dimissioni di qualche Consigliere divenuto Assessore, Michele Magnaschi del PdL e Thomas Pagani della Lega Nord, entrambi giovanissimi.

E' con il pensiero a tutti costoro, che ho anche la fortuna di conoscere personalmente, che concludo questa lunga (e temo noiosa) analisi, facendo loro un grosso "in bocca al lupo" e "complimenti", nella certezza che potranno contare, d'ora in avanti, su un Presidente della Provincia disponibile ed attento come Massimo Trespidi.

Lord tojo

sabato 21 febbraio 2009

Il PD sceglie di non scegliere

Potrà sembrare strano che dopo tanto non scrivere sul Blog, durante un periodo di ferma forzata (a causa dell'influenza che mi attanaglia), decida di mettermi alla tastiera e scrivere, soprattutto se l'oggetto è una realtà da me distante come il PD.

Devo ammettere che ho sempre guardato con ammirazione ed interesse all'intero processo di edificazione del Partito Democratico all'italiana, se non altro perché vi intravedevo da una parte il tentativo - credo anche abbastanza sincero - da parte dei vecchi gruppi dirigenti post-comunisti e post-democristiani di mettere da parte il passato, dall'altra perché tutto il percorso di avvicinamento al PD conteneva alcuni interessanti spunti per tutta l'Italia, a partire dall'idea (eccellente) delle Primarie. Che fossero e che siano più o meno "pilotate" - anche se per "pilotate" si intende l'ingerenza dei gruppi di vertice, non certo la falsificazione sistematica dei risultati - esse hanno introdotto un briciolo di "mobilità sociale" all'interno del maggior partito della sinistra italiana, con gli inevitabili seguiti di "contagio" virtuoso verso il resto del sistema politico, perfino verso il PdL, notoriamente più affine a procedure verticistiche (per quanto spesso azzeccate).

Anche di Veltroni ho sempre avuto - ed avrò - una buona impressione: certo, si vedeva lontano un miglio che molti suoi discorsi erano "pappette" e sciorinate di ovvietà in cui non credeva nemmeno lui, si sapeva che molte sue posizioni "rivoluzionarie" (come l'allontanamento dei comunisti dal PD) erano dettate dalla convenienza del momento, tuttavia già il fatto che abbia detto e fatto alcune cose merita rispetto, per lo meno il mio.

In queste ore convulse successive al suo "gran rifiuto" (ovvero le sue dimissioni da Segretario) va di moda suggerire che non fosse opportuno un suo così impulsivo abbandono, che il comandante non se ne va mentre la barca affonda, etc. etc. Tanti inutili "bla bla" a mio vedere.
A parte il fatto che mi è sempre apparso un tantino mitologica la metafora del comandante che resta sul ponte della nave che affonda: quando mai si è visto concretamente accadere questo? Mi si potrà citare Churchill contro i tedeschi nella II Guerra Mondiale oppure qualche altro esempio simile, ma sarebbe fuorviante: i vari Churchill & company non stavano su una barca che affondava ma su una barca che - per continuare la metafora - navigava in cattive acque, ma che aveva di fronte una prospettiva ed un obiettivo ben definiti. L'unico che ora mi sovviene sia rimasto sulla famosa barca in affondamento mi risulta fosse Hitler che, rinchiuso nel suo bunker di Berlino, aveva capito che non c'era più nulla da fare e trascinò che sé l'intero suo Paese: non proprio un esempio fulgente!

Perdonate questa digressione. In ogni caso Veltroni a mio parere bene ha fatto ad andarsene, e questo a mio parere perché ha fatto in modo di salvare quella certa coerenza di progetto (del tipo di partito dovesse essere il PD) che aveva fin qui dimostrato di avere, fondata su alcuni punti essenziali:
  • vocazione maggioritaria, con rifiuto di alleanze nazionali (e possibilmente anche locali) con partiti di sinistra estrema e preferenza per un PD grande ed indipendente;
  • rinnovamento dell'immagine della sinistra tramite l'inserimento di una buona dose di pragmaticità di idee al suo interno;
  • superamento della forma-partito '800-'900esca fatta di tessere e congressi per passare ad un modello più aperto, liberale e meno militarizzato, soprattutto tramite lo strumento delle Primarie.
Non ci vuole un genio per capire come sarebbero andati in alternativa i prossimi mesi di segreteria veltroniana: continue risse interne al PD, punzecchiature da parte dei dirigenti "amici", probabili sconfitte elettorali e quindi nuove accuse al Segretario, fino a fargli rinnegare a poco-a poco tutte le sue "scelte di campo" in nome del ritorno ad un modello di centrosinistra abnorme e sconclusionato come visto fino al 2008.
Non è difficile credere a Veltroni quando dice di non essere stato messo nelle condizioni di mettere del tutto in pratica il suo programma politico: avrebbe dovuto far fuori Bassolino, ma non ne aveva la forza né forse la possibilità "legale", avrebbe dovuto cacciare D'Alema, ma sapeva che non ce l'avrebbe potuta fare con un atto d'imperio, avrebbe dovuto fare una serie di cose che solo con poteri emergenziali e di "semi-dittatura" gli sarebbe stato concesso di fare. Ma queste stesse condizioni si possono verificare solo in condizioni di estrema emergenza, quando a rischio vi è la stessa sopravvivenza, in questo caso non tanto del PD come sigla ma dell'intera idea di un blocco alternativo al centrodestra.
Nonostante le sconfitte inanellate dalle Politiche 2008 ad oggi, però, quella sensazione straordinaria di pericolo non è ancora presente né nel gruppo dirigente del PD né in gran parte della base che, in fondo in fondo, sente un po' la mancanza delle invettive anti-berlusconiane.

La situazione in cui versa il PD è in fin dei conti una riuscita allegoria dell'Italia complessivamente intesa, ovvero un'entità in profonda crisi da anni, con urgente necessità di cambiare profondamente ma troverà il modo di farlo solamente quando sarà sull'orlo del baratro e dell'estinzione: solo allora l'istinto di sopravvivenza farà il suo dovere.

Quel momento tuttavia non è ancora arrivato. Anche oggi il PD, con l'elezione di Franceschini, ha dimostrato di non voler scegliere, perché timoroso delle conseguenze che certe scelte comportano: ci si vede a dopo le Europee...

Lord tojo

martedì 28 ottobre 2008

Scuola, sanità, proteste e federalismo

Era da tanto che preparavo mentalmente questo intervento, nato da varie discussioni fatte a tavola con i genitori, fuori con il mio tesoro e con gli amici, per finire ai famosi aperitivi della libertà del weekend, e come potete vedere contiene nel titolo già molte cose!

La verità è che questi giorni di proteste di studenti fuoricorso/fannulloni (la gran parte: basti vedere quanti anni hanno i "capi" della "ribellione") e professori ex-sessantottini mi hanno fatto venire voglia di approfondire il tema delle risorse della scuola e dell'università, chiedendomi se davvvero almeno una parte di ragione ce l'abbiano.
Così ho cominciato un po' ad informarmi, ho letto i passaggi della legge, seguito vari dibattiti, parlato con Iside (che fa la ricercatrice e quindi l'università la conosce bene), arrivando alla conclusione paradossale che entrambe le parti hanno ragione: ha ragione la Gelmini a dire che nella scuola/università esistono una marea di sprechi (posso citare la famigerata ploriferazione di corsi di laurea e sedi universitarie distaccate con un solo allievo!); hanno ragione (su alcune cose) gli studenti/ricercatori a dire che i tagli alla fine si ripercuotono sempre su di loro - "anelli deboli" del sistema e senza particolari "protezioni", se non strumentali - senza mai toccare gli altrettanto famigerati "baroni" che stabilmente se la cavano sempre.

Perchè? Forse per mancanza di sufficienti "palle" da parte dei vari ministri - compresa la Gelmini che, natura dominae, non possiede certi attributi -, molto probabilmente per scarsa conoscenza delle vere dinamiche di potere di lobbing interne alle strutture formative italiane. Strutture dove persiste l'omaggio feudale al Capo-Dipartimento e dove l'apparato amministrativo ha un potere gerarchico tale su quello tecnico-docente da umiliarlo più e più volte nei modi peggiori.
E' chiaro che una persona, anche armata di buona volontà ma non addentro alle logiche di potere di quegli ambienti, non potrà mai produrre una riforma decente e definitiva del sistema scolastico-universitario.

Vi è poi il problema annoso dei tagli - dolorosi ma necessari - ma che pongo sempre di fronte all'eterno dilemma "dove tagliare?", il quale porta sempre a scontentare qualcuno poichè tutti i destinatari della "cesoiata" si sentiranno più o meno giustamente "perseguitati".

Ecco, è proprio qui il nocciolo della questione. Da sempre in Italia, quando si tocca qualche settore, si sente sempre un eco di "vendetta" (politica, personale, classista), e questo accade per la mancanza di un criterio oggettivo - volevo dire "scientifico" - per valutare virtuosi e viziosi, ad oggi sempre sostituito dal sentimentum del legislatore che, quasi alla cieca, emette "sentenze" e commina punizioni una tantum.

E' qui che si comincia a capire il perchè del titolo di questo intervento.
Poichè credo sia umanamente impossibile che un Ministro possa conoscere la realtà di ogni singola scuola/università italiana, l'unica soluzione ragionevole che mi viene in mente è quella dell'applicazione di un sano, robusto e inappellabile Federalismo: voi direte "cosa c'entra?", ma leggete e capirete.

Stante che lo Stato italiano - come gli altri Stati europei ed occidentali - dispone di risorse scarse (ed in tendenziale diminuzione), è facilmente intuibile come esso non possa continuare a mantenere con i propri denari tutta l'attuale sistema di università e scuole, soprattutto quelle più disagiate (in montagna, nei paesini di campagna, etc.).
D'altra parte è sbagliato anche chiudere per decreto scuole ed università, proprio perchè difficilmente compresibile dalle comunità interessate, che giustamente griderebbero alla "persecuzione" nei loro confronti.

La soluzione può venire dall'applicazione del famoso criterio oggettivo di cui sopra.
Stabiliamo 1-2-3 parametri scientifici che misurino la qualità dell'insegnamento, la produttività della ricerca e l'economicità della gestione; quindi stabiliamo degli standard nazionali non rispettando i quali lo Stato centrale abbia il diritto/dovere di smettere di finanziare con denaro pubblico centrale le scuole e le università statali. Le strutture che - per inefficienze interne o per cronicità strutturali - non rientreranno negli standard potranno scegliere tra due opzioni:
  1. chiudere baracca e burattini, stavolta però con una giustificazione identica per tutti, e non più attribuibile a "vendette" e "complotti";
  2. restare aperte tramite un aumento delle tasse (o quelle di iscrizione/frequenza o quelle direttamente pagate dai cittadini della comunità cui la struttura "critica" afferisce).

Sono sicuro che con un sistema di questo genere non solo si eviterebbero moltissime strumentalizzazioni che si vedono in questi giorni - perchè è più difficile cercare di smentire i crudi numeri rispetto ad una decisione personale di un Ministro - ma credo anche che molte strutture, oggi cronicamente in perdita ed in crisi, si risolleverebbero, spronate dalla "spada di Damocle" del rispetto dei parametri: una sorta di Patto di Stabilità delle strutture pubbliche sul modello di Maastricht.

Voi vi chiederete anche perchè il titolo comprende la sanità. Molto semplice: lo stesso criterio si potrebbe benissimo applicare al Sistema Sanitario Nazionale con - ritengo - ottimi risultati in pochissimi anni. Ma di questo parlerò (se avrò voglia) un'altra volta...

Un caro saluto a tutti i pochi sbandati che leggeranno!

Lord tojo

lunedì 6 ottobre 2008

Crisi finanziaria ed ottimismo

Bella gente, nella ripresa dell'aggiornamento del blog di qualche giorno fa avevo accennato all'inenzione di scrivere un pezzo in merito all'attuale crisi finanziaria ed economica, ed ora intendo mantenere la promessa, anche se il mio non sarà un pezzo "tecnico" ma una pura riflessione personale.

Soltanto pochi mesi fa avrei dato una lettura molto diversa da quella che ho adesso della situazione attuale, in particolare avrei dato maggior credito agli interventisti (leggi "statalisti") e portato come buon esempio di soluzione di una grave crisi le politiche keynesiane degli anni '30 (altrimenti conosciute come New Deal): di conseguenza avrei visto con favore le politiche economiche "espansive" di queste ultime settimane.
Il mio punto di vista è radicalmente cambiato dopo l'incontro - grazie al libro di Munrey Rothbard "La grande depressione" - con la scuola economica detta "austriaca" (poichè i suoi maggiori esponenti erano emigranti austriaci negli USA), versione sottovalutata e poco conosciuta del liberalismo economico.

Ora, non sono qua a tenere una lezione di "austroliberismo" (così come c'era l'austromarxismo...), nè avrei le competenze necessarie per farlo, però posso comunicarvi in pillole quanto ho capito di questa scuola di pensiero.
Per farla estremamente semplice, gli austriaci dicono questo:

  • nel mercato economico/finanziario "allo stato brado", ovvero senza interferenze esterne, esiste un tasso di interesse detto "naturale" dato dalle preferenze temporali degli individui (consumare di più oggi o domani? E per consumare domani quanto mi dovranno dare in quella data più di oggi?);
  • le preferenze temporali degli individui-consumatori determinano in ogni momento la decisione degli imprenditori di come allocare gli investimenti: una maggiore propensione al consumo immediato scoraggerà gli imprenditori dal fare grossi investimenti per concentrarsi sull'offerta attuale; viceversa in caso di preferenza per il consumo differito;
  • il sistema bancario, in primis le banche centrali, grazie alla possibilità di poter prestare molti più soldi di quanti non ne detengano a garanzia (in ogni corso di economia monetaria insegnano infatti che le banche si reggono in piedi grazie alla speranza che non tutti i correntisti vadano a farsi restituire il denaro nello stesso momento: in caso contrario il fallimento sarebbe inevitabile), "drogano" il mercato ed in particolare il livello naturale del tasso d'interesse. Offrendo infatti molto più denaro in prestito di ciò che sarebbe normale, contribuiscono ad abbassare artificiosamente il tasso d'interesse dal suo livello di equilibrio sancito dalle preferenze temporali;
  • l'imprenditoria, tratta "in inganno" dai bassi tassi, cerca di approfittarne per effettuare investimenti a grande intensità di capitale e ritorni lontani nel futuro; tuttavia i bassi tassi bancari in realtà non corrispondono a mutate condizioni di preferenza dei consumatori;
  • la conseguenza è che il sistema industriale, a causa della "distorsione" dei tassi d'interesse, effettuerà molti più investimenti del necessario fino a quando o la stessa politica di investimenti (e di costi) diverrà insostenibile per le imprese (poichè le preferenze dei consumatori in realtà non sono cambiate), o qualche fattore esterno non "ingrippi" il sistema bancario, facendo diminuire il credito di questo verso le imprese (credit crunch);
  • il risultato finale è - o dovrebbe essere - fallimenti a catena delle imprese che più si erano esposte in investimenti a lungo termine più del dovuto, e conseguente recessione: non è un caso infatti che anche nei periodi di crisi più cupa le industrie più "vicine" al consumatore vadano comunque abbastanza bene, mentre siano quelle a più alta intensità di capitale a soffrire.
Ecco, se confrontiamo la realtà odierna con i postulati degli austriaci, vediamo molte analogie, a partire da un credito bancario smisurato (con tassi d'interesse ai minimi storici, attorno all'1-2% per molti anni di seguito) passando per una politica di investimenti in beni capitali molto elevata.
Pertanto, se la teoria austriaca è vera, le soluzioni proposte ora (come negli anni successivi al 1929) sono assolutamente inadeguate, poichè in qualche modo perpetuano - questa volta sotto l'ombrello statale e para-statale (delle banche centrali) - l'eccesso di offerta di credito e l'allontanamento del tasso d'interesse dal suo livello naturale: in un certo senso ogni € immesso per salvare il sistema in realtà è un € che contribuisce ad affossarlo e a perpetuare la crisi.
Secondo gli austriaci la cosa migliore da fare sarebbe permettere alla crisi di svilupparsi per intero, esattamente come una malattia, e di seguire il suo decorso fino alla guarigione.

Ora, non ho approfondito a sufficienza la materia - e probabilmente non lo farò mai abbastanza - per poter dire se quello che io chiamo austroliberismo sia una dottrina convincente; di sicuro questa crisi sarà un'ottimo test per verificare la "tenuta" delle leggi economiche attualmente più accreditate.

Inoltre, dal punto di vista più strettamente "terra-terra", non condivido il catastrofismo ed il pessimismo aleggiante: una crisi come questa, lungi dal segnare la fine del capitalismo, ne testimonia la vitalità e la capacità di scrollarsi (seppur a costo di crisi profonde) i germi di politiche sbagliate, e quindi di rinnovarsi. Per giovani come noi una situazione del genere, se ben sfruttata con un minimo d'ingenio, può rappresentare una grandissima opportunità imprenditoriale, perchè molte posizioni sicure e di rendita sono venute meno, aprendo immense praterie per chi abbia buone idee ed un po di coraggio.

In ogni caso, come diceva Gandalf il Grigio nel Signore degli Anelli, in riferimento a chi si lamenta di essere nato in tempi "grami":

[...]Vale per tutti quelli che vivono in tempi come questi, ma non
spetta a loro decidere; possiamo solo decidere cosa fare con il tempo che ci
viene concesso.

Lord tojo

sabato 4 ottobre 2008

Ritorno alla vita!!

Cari amici affezionati di questo sbandatissimo blog, dopo una lunga assenza (di cui però ho dato ampia giustificazione sia su queste pagine che su MSN, Facebook etc...) dettata dall'imperativo categorico di laurearmi in tempo per cominciare la specialistica, torno finalmente ad animare il caro blog.

Innanzi tutto posso darvi una bellissima notizia: sono riuscito a terminare gli esami e la Tesi triennale (dal titolo serioso "Spunti per un'interpretazione dell'ultimo shock petrolifero (2007-2008): speculazione o fondamentali?") e da pochi giorni sono stato ammesso alla sessione di laurea di ottobre 2008 (proclamazione a novembre), per cui ho potuto cominciare senza patemi il corso specialistico di Amministrazione Finanza e Controllo (un mix tra Finanza ed Economia Aziendale), e da adesso posso anche fregiarmi del frivolo titolo di "Dottore in Economia Finanziaria", per quel che può valere una laurea triennale al giorno d'oggi...

Con settembre ho però dovuto riprendere in mano anche tutti i vari dossier che avevo sul tavolo, dalle cose serie a quelle più facete ma comunque importanti ed in sospeso, a cominciare dal mio impegno politico passando per i miei studi di approfondimento economico fino al riprendere i contatti con il mondo reale e degli amici. Tra le novità positivissime dall'ultima volta che avevo scritto su questo blog c'è l'incontro che ho fatto con una persona stupenda con cui mi trovo veramente bene e che amo tanto: mi riferisco alla mia adorata Iside...

Ovviamente con la ripresa delle pubblicazioni sul blog ricominceranno anche le rubriche che, a dire il vero con scarsa frequenza, tenevo; oggi stesso avrei voluto ricominciare con qualche riflessione sull'attuale crisi economica, da etichettare come Divulgazione Economica, ma una chiacchierata a tavola con i miei genitori mi ha fatto cambiare idea: parlerò dell'assurdità dei prezzi del pane.

Diceva mia madre che al kilogrammo il pane oggi costa un'enormità, dai 3 ai 4 € (!!), ed elogiava la nostra fortuna di avere un forno a legna in casa nostra ad Ottone, dove facciamo (o meglio, fanno i miei genitori...) il pane quasi ogni settimana, con conseguente nostro grande risparmio.
Ho chiesto a mio padre per informazione quanto costasse una farina normale al kilo e quanto la legna (input fondamentali per il pane): la risposta è stata circa 80 centesimi per la farina e 10 centesimi per la legna; aggiungendoci anche 20 centesimi forfettari per altre materie prime ausiliarie (come sale, olio e lievito), arriviamo ad 1,1 € al kilo di costi di produzione del pane. Vogliamo aggiungerci altri 40 centesimi per remunerare spese accessorie come la luce e per farci un discreto guadagno? Arriviamo ad 1,5 €/k, ovvero niente a che vedere con i prezzi stratosferici che si leggono oggi giorno!!
E' chiaro che i fornai e panettieri "ci fanno clamorosamente dentro" e che hanno in qualche modo costituito un trust (un cartello monopolistico), anche solo a vedere i prezzi perfettamente omologati tra i rivenditori singoli (i supermercati sono un mondo a parte): è come se tacitamente avessero deciso di farsi concorrenza solo sulla qualità del prodotto e non sul prezzo; peccato che di questi tempi alla gente importi poco assai della qualità del pane, quando magari non ha nemmeno quei 3-4 € necessari a comprarlo!!

Vabbeh, questa era la mia parentesi polemica per battezzare bene l'inizio di autunno del blog e la sua riapertura... continuate a leggermi (se avete voglia), un salutone a tutti quanti!!

Lord tojo