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mercoledì 23 giugno 2010

Tasso privo di rischio, il caro estinto

Ritorno oggi, dopo N mesi di latitanza, sulla mia rubrica di divulgazione economica, complici alcune piacevoli chiacchierate ieri con dei cari amici in Università: l'argomento che mi "solletica" oggi e che ritengo possa essere di sicuro interesse (per "addetti ai lavori" e non) è il c.d. "tasso privo di rischio" (o risk free rate).

Perché dedicare un intervento sul blog ad un concetto apparentemente astratto/accademico come il tasso privo di rischio?
Perché questo particolare saggio d'interesse è il perno su cui ruota tutta la moderna finanza aziendale (e non solo), in particolar modo rappresenta le fondamenta su cui costruire la valutazione d'impresa: tradotto in soldoni, se e quando vi capitasse di dover vendere/acquistare una qualsiasi attività (industriale o finanziaria) ancora adesso non potreste prescindere da questo fantomatico risk free rate, al fine di dare un valore a ciò che state vendendo/acquistando. Ho detto "ancora adesso" per un motivo che cercherò di spiegare più avanti...

Per capire i problemi odierni di questo importantissimo attore della finanza moderna, è necessario capire cosa esso rappresenta (o cosa esso dovrebbe rappresentare, visto che siamo sempre al confine tra realtà ed accademia).


Per parlare di tasso d'interesse privo di rischio è necessario prima introdurre i concetti di rischio sistematico (e non diversificabile) e rischio specifico (e diversificabile):
  • il rischio sistematico è, per usare una semplificazione, il rischio insito nel sistema finanziario, inteso come un unico corpo su scala mondiale. Sempre a grandi linee è il rischio che un operatore (come può essere un qualsiasi individuo che investe in Borsa) deve accettare, se vuole partecipare alle transazioni economico-finanziarie: questo tipo di rischio comprende macro-fattori non governabili dalla razionalità umana, come ad esempio guerre, calamità naturali, tensioni politiche, etc. Proprio per queste ragioni il rischio sistematico è anche detto "non diversificabile", in quanto non esiste alcun modo per attenuare ex ante, da parte degli operatori, il rischio che un investimento vada male per colpa di un tornado o di un golpe;
  • il rischio specifico è per certi versi complementare al rischio sistematico (nel senso che si somma sempre a quest'ultimo, aumentando la grandezza del rischio complessivo) e rappresenta le criticità che ogni singola attività finanziaria (azioni, obbligazioni, etc.) o reale (terreni, immobili, imprese, etc.) possiede, al di là dei fattori di rischio "ambientali", che corrispondono al rischio sistematico. Un esempio aiuterà a capire: il titolo FIAT potrà scendere sia perché una catastrofica alluvione ha distrutto la sua fabbrica in Polonia (rischio sistematico, non ponderabile ex ante), sia perché l'impresa ha tanto debito e quindi gli investitori temono possa fallire (rischio specifico dell'impresa FIAT, che pertanto è possibile evitare o "diluire", per l'appunto con un'operazione di diversificazione dei propri investimenti, per esempio comprando anche titoli della Volkswagen).
Capita la differenza tra i due tipi di rischio, comprendere cosa sia il risk free rate è (quasi) un gioco da ragazzi.
Riprendiamo per un attimo il concetto di rischio sistematico (e non diversificabile): poiché esso è de facto la concretizzazione dell'azione ineffabile del Fato e/o dello Spirito Santo, il rischio sistematico non è un fattore che consenta di discriminare tra un investimento od un altro. Fatalisticamente si può dire che ogni attività economica sia vulnerabile all'imprevedibile: ancora una volta semplificando, se ogni investimento è soggetto al rischio sistematico, allora NON vale la pena considerare il rischio sistematico come una variabile importante per fare le proprie scelte economico-finanziarie.
Tradotto in soldoni, "se deve succedere, succede!"

Abbiamo pertanto capito che chi investe è come se non tenesse conto dell'esistenza del rischio sistematico, perché altrimenti l'economia si paralizzerebbe oggi stesso, per l'incapacità evidente di prevedere l'imprevedibile (un po' come se un imprenditore pretendesse di aprire la propria attività, sapendo però già ora se avrà successo o meno). Il rischio sistematico è come se non esistesse...
La rischiosità "vera e propria" per gli operatori economici diventa così quella espressa dal rischio specifico, che è in qualche misura prevedibile e per questo contrastabile, con adeguate politiche d'investimento (ovvero la c.d. diversificazione del rischio [specifico]).

Siamo arrivati al "nocciolo" del problema: cos'è quindi il tasso d'interesse privo di rischio?
E' il rendimento offerto ad un investitore da parte di una teorica attività economico-finanziaria (sia essa un titolo azionario, un terreno o una casa), che non presenti alcun rischio insito, se non quello sistematico: se immaginiamo che questa immaginaria - oserei dire "mitica" - attività senza rischio specifico presenti un tasso di rendimento del 2% (ma potrebbe anche essere l'1% od il 5%), ebbene il 2% sarebbe anche l'agognato tasso d'interesse free risk!

L'importanza del risk free rate è data dal fatto che esso rappresenta idealmente un "pavimento" (sotto cui non si può andare) per gli investitori, i quali così sanno di non poter/dover accettare investimenti che rendano meno del tasso privo di rischio, pena l'effettuazione di un pessimo affare!
Corollario di tutto questo è la definizione di "premio al rischio (specifico)": l'investimento ad un tasso risk free equivale al desiderio di non sopportare nessun rischio, che non sia quello sistematico condiviso da tutti (ovvero si desidera un rischio specifico pari a zero: atteggiamento spesso denominato " bassa/nulla propensione al rischio"); se invece un operatore è disposto ad assumersi una quota maggiore di rischio (ovvero ad accettare anche del rischio specifico), egli vorrà essere remunerato con un rendimento superiore al tasso risk free e questa differenza è per l'appunto detta "premio al rischio (specifico)".


Terminata la fase "didattica", veniamo al perché del titolo di questo intervento, che pare dare per morto il tasso d'interesse privo di rischio.

Sarà apparso evidente a tutti che la definizione data sopra di risk free rate è immersa fino al collo di accademia e teoria e nei fatti è impossibile trovare un'attività economico-finanziaria che rispetti le caratteristiche di assenza di rischio specifico e quindi offra un rendimento senza rischio (specifico).

La cosa non è sfuggita nemmeno agli operatori economici, i quali però avevano (ed hanno) bisogno di identificare il "pavimento" rappresentato dal risk free, pena l'incapacità di capire se un investimento sia o meno preferibile ad un altro: come fare? Anche in questo caso si è ricorsi ad una "finzione", che però oggi mostra tutto il suo "lato oscuro"...
Date le definizioni di tasso privo di rischio, qualcuno ha pensato che l'entità capace più di tutte di offrire un rendimento che assomigliasse da vicino al risk free fosse niente meno che lo Stato: o meglio i titoli di debito pubblico (in Italia BOT, CCT, CTZ e BTP) emessi dai Paesi sovrani, per finanziare il proprio deficit di bilancio. L'idea di fondo era che uno Stato non possa fallire, malgrado in realtà esempi in contrasto ce ne fossero molti già diversi anni fà, e per questo i rendimenti offerti dai suoi titoli fossero esenti dal rischio specifico (o quasi).

Ovviamente furono presi in considerazione solo i titoli di debito di Paesi altamente industrializzati, sviluppati e "stabili" (come sostanzialmente tutti quelli dell'ormai ex G7), il cui rendimento divenne il famoso "pavimento" per gli investitori: se si doveva valutare un investimento in un'attività economico-finanziaria, si metteva sempre in relazione il suo rendimento con quello dei sopracitati titoli di Stato (o con un rendimento degli stessi aggiustato con il premio al rischio); chiaramente se l'attività in questione rendeva meno che un T-Bill americano, l'investitore sapeva già di dover lasciar perdere. Tutto molto (relativamente) comodo, tutto molto (relativamente) semplice...

Senonché oggi ci si è svegliati con la consapevolezza che anche uno Stato sovrano può fallire, come una qualsiasi impresa - vedasi il default (de facto, se non de jure) della Grecia e le sempre più difficoltose condizioni di primari Paesi come Spagna, Italia, Gran Bretagna e - udite, udite! - Stati Uniti.
Come può definirsi quindi risk free il rendimento su titoli di entità - gli Stati - che possono fallire od andare in seria crisi nei pagamenti? E se non c'è più un tasso privo di rischio (seppur approssimato) a cui far riferimento, com'è possibile fare accorte valutazioni su investimenti e valore delle attività?

Sono anche queste le sfide e le macerie che la Grande Crisi lascia sul tappeto del mondo di domani...

Lord Tojo

martedì 27 aprile 2010

Una fiammata d'inflazione (forse) unica via per la salvezza


Leggendo il titolo di questo post, molti probabilmente mi daranno del matto e/o dell'incompetente: possibili entrambe le cose, anche perché sono soltanto uno studente di economia (seppur ormai agli sgoccioli)...
Tuttavia voglio arrischiare questa considerazione/previsione su quella che secondo me è la vera ed unica exit strategy di medio periodo dai cumuli di debito che minacciano giorno dopo giorno le economie mondiali, sia a livello di individui, quanto a livello di imprese e Stati (caso-Grecia di questi giorni docet): l'inflazione.

Gli effetti devastanti (e quindi negativi) dell'inflazione sono abbastanza noti, meno quelli (a prima vista inaspettatamente) positivi.
L'inflazione è come un'enorme svalutazione, che fa valere meno il denaro in termini di potere d'acquisto, in forza della spirale ascendente dei prezzi: essa è vista normalmente come il fumo negli occhi dai cittadini-consumatori, perché un incremento rapido/rapidissimo dei prezzi dei beni di consumo abbassa drasticamente il loro tenore di vita, visto che gli stipendi normalmente crescono assai meno dei prezzi durante le crisi inflattive.
Questo in condizioni "normali".

Oggi siamo invece di fronte all'eccezionale situazione in cui contemporaneamente individui/famiglie (tranne pochi Paesi, come Italia, Giappone e Cina), imprese e Paesi sovrani sono mostruosamente indebitati: questi "macigni" debitori sono oggi la vera ipoteca su qualsiasi ripresa economica, che pure è ben lontana dall'essere prossima.
Con il c.d. servizio del debito - alias interessi passivi e rimborso della quota-capitale - individui/famiglie, imprese e Governi hanno un flusso costante di denaro in uscita che non può essere eluso; questo significa che una buona parte del reddito personale/familiare, societario e statale (altrimenti detto PIL) è "immobilizzato" nel rimborso, rendendo così assai sottili i margini di spesa autonoma in consumi (per individui e famiglie), investimenti (per le imprese) e sviluppo/ricerca (per gli Stati).

L'inflazione come c'entra in tutto questo?
Il meccansimo è più o meno il seguente: oggi un certo cellulare costa (ipotizziamo) 100 €, il mio reddito da lavoro è di 50 € e quindi, per comprarlo, mi indebito per 50; se arriva una forte inflazione - dove per forte si intende a due cifre, tipo il 20% - il mio debito resta sempre al suo valore nominale di 100 €, ma nel frattempo è molto probabile che il mio datore di lavoro mi abbia ritoccato all'insù lo stipendio (pur senza riuscire a tenere il passo con l'aumento generale dei prezzi, che avran portato il costo del cellulare a 120 €), ad esempio a 60 €.
Qual è il risultato? Che ora, invece di dover usare un mio intero stipendio/reddito per pagare il mio debito di 50 €, ora me ne basterà una porzione (seppur grande).

E' questo l'unico "miracolo" dell'inflazione: essere un'enorme gomma per cancellare il debito, in forza del fatto che grandissima parte dei debiti sono scritti in termini di moneta nominale - i nostri 50 € - e non di potere d'acquisto.

Detto questo è facile comprendere quale potrebbe essere il beneficio per famiglie, individui, imprese e Governi indebitati da una "salutare" fiammata inflazionistica: d'un tratto vedrebbero i loro debiti de facto cancellati (o comunque resi "inoffensivi"), senza doversi sottoporre a misure di austerity, tagli di bilancio e tutto il repertorio che si sfoggia in periodi di crisi.

Le altre facce della medaglia? Che chi ha prestato i soldi, alias creditori - ad esempio i detentori di titoli di Stato, come le nostre famiglie -, vedrebbero il loro investimento andare in fumo; inoltre un'elevata inflazione per troppo tempo/fuori controllo rischia di essere una medicina peggiore della malattia, visto il codazzo di instabilità economica (leggi: crollo del sistema monetario) che si porta dietro.

Sarà questa la strada che a livello mondiale sarà intrapresa? Non lo so, molto dipenderà da calcoli da "male minore" e dal consenso che una soluzione simile potrebbe avere: con un'elevata inflazione sarebbero più i favoriti od i danneggiati?
Non è facile dirlo, visto che ci sono molti soggetti economici che ne avrebbero tanto da guadagnare quanto da perdere (e.g. le grandi banche): per converso una certa propensione per l'avventura inflazionistica sembra oggi essere condivisa dalle Banche centrali dei principali Paesi industrializzati, con la perdurante politica del "denaro facile" (tramite bassi tassi d'interesse) di questi anni...

Vedremo!

Lord tojo

lunedì 29 giugno 2009

Una spiegazione convincente per l'attuale fase positiva di Borsa

Alluminio 1/01/08-29/06/09
Nickel 1/01/08-29/06/09
Rame 1/01/08-29/06/09
Chiunque operi, studi o si interessi di mercato finanziario e di Economia in generale non potrà non essersi chiesto dove stesse il senso dell'attuale fase euforica delle borse: la crisi economica sta mostrando tutta la sua profondità e gravità, le produzioni industriali dei vari Paesi segnano il passo, così come il livello occupazionale, per non parlare dell'elevato tasso di fallimenti societari.
Perché allora le borse fanno come se niente fosse?

Qualcuno propone la teoria per cui il mercato finanziario stia scontando la probabile ripresa di fine 2009: io personalmente non ci credo, e non perché non creda alle possibilità del mercato di incorporare - ed in qualche modo prevedere - la ripresa economica, ma semplicemente perché non credo assolutamente che ci sarà ripresa alla fine del 2009. Anzi, io non credo che questa arriverà nemmeno per il principio del 2010: non mi spingo oltre, andrei nel campo della preveggenza e non della finanza...

Dò credito invece, per quel che ovviamente vale la mia opinione - quasi nulla -, a chi, come Marigia Mangano, su Il Sole 24 Ore.com, collega l'attuale rally borsistico all'immensa massa di liquidità riversata dalle Banche centrali nell'economia mondiale negli ultimi mesi.

In pratica, per semplificare, saremmo di fronte al dispiegarsi della famosa legge per cui, ad eccesso di offerta di moneta, segue un'impennata, più o meno grande, dei prezzi e quindi dell'inflazione.
Qualcuno dirà: "ma perché allora non vediamo l'inflazione nelle rilevazioni fatte sui panieri dei beni di consumo?"

La risposta, anche se non pretende di essere la Verità, si potrebbe articolare così.
Gli investitori hanno per le mani una grande massa di liquidità da utilizzare e, poiché le aspettative per quanto riguarda l'economia c.d. "reale" (ovvero "cose che sferragliano" [cit.]) restano fosche, gli investimenti veri e propri languono, il reddito (dal PIL in giù) non cresce, e questi soldi si riversano nell'unica forma possibile di guadagno in questo periodo di incertezza: gli investimenti finanziari, ovvero tutto ciò che è dispregiativamente detto "speculazione". Ovviamente, l'impatto di così tanto denaro sui prezzi di azioni, obbligazioni, materie prime, etc. causa un movimento al rialzo dei prezzi di tutte queste attività, guidato non da necessità industriali ma da impieghi a breve termine.

Semplificando ulteriormente, si potrebbe dire che, per il momento, le spinte deflazionistiche che la recessione impone all'economia reale, sono ancora troppo superiori perché quelle inflazionistiche, derivate dall'espansione monetaria, abbiano effetti sui prezzi dei beni di consumo. Deflazione che invece non ha effetto sulle attività finanziarie, che quindi si apprezzano.

Non è una teoria così peregrina, in quanto, già negli anni precedenti a questa crisi, le manovre espansive e le politiche di bassi tassi di interesse (per loro natura inflazionistiche), non avevano avuto praticamente effetto sui prezzi al consumo per l'esistenza di potenti forze deflattive che ne annullavano gli effetti (per esempio l'ingresso della manodopera e dei prodotti indo-cinesi, a buon mercato, sul palcoscenico mondiale).

Staremo a vedere, io mi limito a fornire questo spunto di lettura dell'attuale fase di Borsa, sapendo benissimo che potrei sbagliarmi, ed anche di grosso. ;-)

P.s. In apertura di post ho riportato i grafici dei prezzi di alluminio, nickel e rame (tre delle materie prime più importanti, oltre alle "classiche" acciaio, petrolio e gas) dal primo gennaio 2008 ad oggi. Buona lettura!

Lord tojo


Per quelli che leggono i miei noiosi post tramite Facebook, ricordo che essi si possono rintracciare anche al "vero" indirizzo del Blog:
http://tojothelord.blogspot.com

giovedì 25 giugno 2009

Fallimento del mercato???


Rimuginavo su questa cosa da un bel po' di tempo ma solo oggi trovo la voglia di esplicitarla: sto parlando dell'acceso dibattito attorno alle cause dell'attuale crisi (che tra l'altro da alcuni è già stata ridenominata "la Grande Recessione", alla faccia della transitorietà di cui parlano alcuni...), da moltissimi imputate alla deregolamentazione ed all'eccesso di libero mercato.

Ho volutamente messo in grassetto quelle ultime parole perché, prima di lanciarsi a dare colpe e cercare capri espiatori, è necessario riflettere bene su una cosa: è davvero "libero" il mercato finanziario che abbiamo visto finora?

Attenti! "Libero" non significa una condizione dove ognuno fa quello che vuole: quella si chiama anarchia, altrimenti detta Regno dell'Irresponsabilità.

Un mercato è autenticamente "libero" quando, sì è data la possibilità alle forze economiche e produttive di mettere in pratica tutte le loro spinte propulsive, liberando le stesse il più possibile da distorsioni e vincoli normativi che siano solamente di impiccio, ma anche - e direi soprattutto - quando vige e può applicarsi la legge del "chi sbaglia paga".
Il "chi sbaglia paga" significa che, se un'impresa commette degli errori, fa investimenti sbagliati, truffa i propri clienti/dipendenti/azionisti, deve essere consentito alle forze "sane" di stringere attorno a lei un "cordone sanitario" e di lasciarla affondare, liberando spazio economico per gli attori più credibili ed onesti.
Il "chi sbaglia paga" è lo strumento automatico di sanzione che gli operatori economici infliggono a chi li raggira od a chi non dimostra di essere capace di adempiere ai propri obblighi, sanzione che si esplica con l'uscita dal mercato del "colpevole".
Il "chi sbaglia paga" è l'unico vero modo per responsabilizzare pienamente gli amministratori delle aziende e delle banche a fare bene il proprio mestiere, perché costoro sarebbero consapevoli che, nel caso le cose andassero male, nessuno sarebbe lì a salvare il loro posto od a ripianare le perdite create da loro stessi.

Oggi invece il famoso "neoliberismo" altro non è che un'estensione mondiale del vecchio motto italiano per la FIAT: privatizzare i guadagni, socializzare le perdite.
Nello slang anglosassone imperante nel mondo economico-finanziario, questa massima torinese è translitterata in too big to fail: troppo grande per fallire.
Con questa regola demenziale e tipicamente politica - nel senso che l'hanno coniata e la applicano i politici, timorosi di perdere il famoso consenso, che comunque perderanno nel medio termine per l'incapacità di risolvere davvero le crisi - si è alimentata una irresponsabilità diffusa ai vertici delle grandi imprese e dei grandi conglomerati finanziari, i quali, ormai sicuri di avere sempre a disposizione una call sull'intervento pubblico "per il Bene dei cittadini", hanno solo pensato ad espandere la propria influenza economica e soprattutto politica.

Sento spesso accusare il capitalismo odierno (delle grandi firme, ben intendiamoci!) di essere orientato troppo al breve/brevissimo e non al medio-lungo termine.
Vero, ma il motivo principale sta in quanto ho scritto sopra: assicurare che la regola del too big to fail sarà applicata, equivale a togliere dalle priorità degli amministratori d'impresa il mantenimento continuo e costante di condizioni di solvibilità e di preservazione del continuum aziendale. Tanto risolverà qualcun altro i problemi che si porranno più in là.
Ed ovviamente, togliendo ai managers la preoccupazione di mantenere prima di tutto le condizioni di persistenza del business, a questi non resta altro che darsi da fare per massimizzare il profitto immediato ed a brevissimo dell'azienda, nell'ottica di una cash-cow: una mucca da mungere. L'ottica, da imprenditoriale, ovvero capacità di assumersi rischi in prima persona al fine di ottenere un guadagno, si trasforma in predatoria, vale a dire capacità di portar via quanta più "roba" possibile prima che qualcuno scopra l'inganno.

Per questo quelli che accusano il "libero mercato" di aver fallito sbagliano, anche se inconsapevolmente: pensano che quello che c'è stato (e c'è) sia liberismo, in realtà è puro e semplice assistenzialismo deresponsabilizzato.

Lord tojo

lunedì 6 ottobre 2008

Crisi finanziaria ed ottimismo

Bella gente, nella ripresa dell'aggiornamento del blog di qualche giorno fa avevo accennato all'inenzione di scrivere un pezzo in merito all'attuale crisi finanziaria ed economica, ed ora intendo mantenere la promessa, anche se il mio non sarà un pezzo "tecnico" ma una pura riflessione personale.

Soltanto pochi mesi fa avrei dato una lettura molto diversa da quella che ho adesso della situazione attuale, in particolare avrei dato maggior credito agli interventisti (leggi "statalisti") e portato come buon esempio di soluzione di una grave crisi le politiche keynesiane degli anni '30 (altrimenti conosciute come New Deal): di conseguenza avrei visto con favore le politiche economiche "espansive" di queste ultime settimane.
Il mio punto di vista è radicalmente cambiato dopo l'incontro - grazie al libro di Munrey Rothbard "La grande depressione" - con la scuola economica detta "austriaca" (poichè i suoi maggiori esponenti erano emigranti austriaci negli USA), versione sottovalutata e poco conosciuta del liberalismo economico.

Ora, non sono qua a tenere una lezione di "austroliberismo" (così come c'era l'austromarxismo...), nè avrei le competenze necessarie per farlo, però posso comunicarvi in pillole quanto ho capito di questa scuola di pensiero.
Per farla estremamente semplice, gli austriaci dicono questo:

  • nel mercato economico/finanziario "allo stato brado", ovvero senza interferenze esterne, esiste un tasso di interesse detto "naturale" dato dalle preferenze temporali degli individui (consumare di più oggi o domani? E per consumare domani quanto mi dovranno dare in quella data più di oggi?);
  • le preferenze temporali degli individui-consumatori determinano in ogni momento la decisione degli imprenditori di come allocare gli investimenti: una maggiore propensione al consumo immediato scoraggerà gli imprenditori dal fare grossi investimenti per concentrarsi sull'offerta attuale; viceversa in caso di preferenza per il consumo differito;
  • il sistema bancario, in primis le banche centrali, grazie alla possibilità di poter prestare molti più soldi di quanti non ne detengano a garanzia (in ogni corso di economia monetaria insegnano infatti che le banche si reggono in piedi grazie alla speranza che non tutti i correntisti vadano a farsi restituire il denaro nello stesso momento: in caso contrario il fallimento sarebbe inevitabile), "drogano" il mercato ed in particolare il livello naturale del tasso d'interesse. Offrendo infatti molto più denaro in prestito di ciò che sarebbe normale, contribuiscono ad abbassare artificiosamente il tasso d'interesse dal suo livello di equilibrio sancito dalle preferenze temporali;
  • l'imprenditoria, tratta "in inganno" dai bassi tassi, cerca di approfittarne per effettuare investimenti a grande intensità di capitale e ritorni lontani nel futuro; tuttavia i bassi tassi bancari in realtà non corrispondono a mutate condizioni di preferenza dei consumatori;
  • la conseguenza è che il sistema industriale, a causa della "distorsione" dei tassi d'interesse, effettuerà molti più investimenti del necessario fino a quando o la stessa politica di investimenti (e di costi) diverrà insostenibile per le imprese (poichè le preferenze dei consumatori in realtà non sono cambiate), o qualche fattore esterno non "ingrippi" il sistema bancario, facendo diminuire il credito di questo verso le imprese (credit crunch);
  • il risultato finale è - o dovrebbe essere - fallimenti a catena delle imprese che più si erano esposte in investimenti a lungo termine più del dovuto, e conseguente recessione: non è un caso infatti che anche nei periodi di crisi più cupa le industrie più "vicine" al consumatore vadano comunque abbastanza bene, mentre siano quelle a più alta intensità di capitale a soffrire.
Ecco, se confrontiamo la realtà odierna con i postulati degli austriaci, vediamo molte analogie, a partire da un credito bancario smisurato (con tassi d'interesse ai minimi storici, attorno all'1-2% per molti anni di seguito) passando per una politica di investimenti in beni capitali molto elevata.
Pertanto, se la teoria austriaca è vera, le soluzioni proposte ora (come negli anni successivi al 1929) sono assolutamente inadeguate, poichè in qualche modo perpetuano - questa volta sotto l'ombrello statale e para-statale (delle banche centrali) - l'eccesso di offerta di credito e l'allontanamento del tasso d'interesse dal suo livello naturale: in un certo senso ogni € immesso per salvare il sistema in realtà è un € che contribuisce ad affossarlo e a perpetuare la crisi.
Secondo gli austriaci la cosa migliore da fare sarebbe permettere alla crisi di svilupparsi per intero, esattamente come una malattia, e di seguire il suo decorso fino alla guarigione.

Ora, non ho approfondito a sufficienza la materia - e probabilmente non lo farò mai abbastanza - per poter dire se quello che io chiamo austroliberismo sia una dottrina convincente; di sicuro questa crisi sarà un'ottimo test per verificare la "tenuta" delle leggi economiche attualmente più accreditate.

Inoltre, dal punto di vista più strettamente "terra-terra", non condivido il catastrofismo ed il pessimismo aleggiante: una crisi come questa, lungi dal segnare la fine del capitalismo, ne testimonia la vitalità e la capacità di scrollarsi (seppur a costo di crisi profonde) i germi di politiche sbagliate, e quindi di rinnovarsi. Per giovani come noi una situazione del genere, se ben sfruttata con un minimo d'ingenio, può rappresentare una grandissima opportunità imprenditoriale, perchè molte posizioni sicure e di rendita sono venute meno, aprendo immense praterie per chi abbia buone idee ed un po di coraggio.

In ogni caso, come diceva Gandalf il Grigio nel Signore degli Anelli, in riferimento a chi si lamenta di essere nato in tempi "grami":

[...]Vale per tutti quelli che vivono in tempi come questi, ma non
spetta a loro decidere; possiamo solo decidere cosa fare con il tempo che ci
viene concesso.

Lord tojo

venerdì 25 aprile 2008

L'inflazione: cenni generali

Bella gente, vi ricordate che avevo promesso avrei iniziato una mia aperiodicissima rubrica di divulgazion economica? Beh, io non scordo le promesse fatte solo che fino ad ora sono stato preso dai 3 esami-mostro (Gestione Banca, Finanza Aziendale, Matematica Finanziaria, per un totale di 24 crediti!) da dare.
Ora però l'ostacolo è stato superato - e credo anche abbastanza bene - inoltre sono doppiamente contento perchè ho anche finalmente trovato la tesi per il triennio con relativo professore: "Le fluttuazioni del prezzo del petrolio: shock da domanda, da offerta o speculazione?" con relatore il prof. Franco Bruni, ras dell'Istituto di Economia Politica e ottimo docente!
Per questo ora posso inaugurare ufficialmente la rubrica...


Voglio cominciare con una mini-serie di post dedicati all'inflazione, una variabile di cui si sente parlare moltissimo oggi a proposito del caro-vita e della paura (di economisti, politici e banchieri centrali) che essa aumenti provocando danni all'economia. A parte ciò che si legge sui giornali o si sente in TV, questa inflazione resta avvolta in un alone di mistero e sembra una malattia che ogni tanto - come la peste - fa la sua comparsa: nessuno sa da dove venga ma se ne ha molta paura.

Partiamo dall'abc. L'inflazione altro non è che il tasso di crescita annuo dei prezzi, o meglio, dei prezzi di un paniere (insieme) statistico di prodotti di consumo, ritenuti dagli istitui di ricerca validi stimatori dei prezzi complessivi.
Analiticamente - sarà l'unica formula propinata! - si denomina con la lettera greca π (pi) e si può scrivere:
π = πe + λx (detta anche "curva di Phillips")

Dove: πe = inflazione attesa dai consumatori, dai produttori e dai lavoratori;
λ = γ (1 + φ) ovvero la pendenza della curva di Phillips, ove γ è una misura di elasticità (meglio non complicare troppo...) e (1 + φ) una misura dell'elasticità dell'offerta di lavoro al salario reale;
x = gap produttivo, ovvero la differenza tra il PIL effettivamente prodotto da un Paese e il PIL che sarebbe ottimale per la sua economia;

Di fatto quindi l'inflazione che effettivamente leggiamo sui giornali dipende dall'inflazione attesa dalla gente e dall'andamento dell'economia: facile osservare per esempio che, se consumatori, lavoratori e produttori si aspettassero un livello di inflazione minore per il futuro, il valore di πe calerebbe, facendo calare anche il complessivo valore π, ovvero l'inflazione tout court; o ancora, se per un certo periodo l'economia si "surriscalda", ovvero il PIL cresce molto, addirittura "troppo" rispetto al suo andamento fisiologico e "sano", avremo un valore x positivo (perchè il PIL effettivo sarà molto superiore a quello ottimale), che si rifletterà su π facendola crescere.

Per capire meglio offro due esempi.
Il concetto di inflazione attesa πe che agisce sull'inflazione "vera"è comprensibile immaginando di essere il capo del sindacato che deve contrattare i rinnovi salariali. Se vi immaginerete che in futuro, per esempio, cresceranno i prezzi (e Dio solo sa perchè lo pensate!), allor andrete dal datore di lavoro chiedendo aumenti; a sua volta il datore di lavoro, se vi concederà gli aumenti, dovrà per forza aumentare i prezzi dei suoi prodotti finiti per compensare i maggiori costi del lavoro determinati dall'aumento dei salari. Se il fenomeno è generale allora avremo un generale aumento di prezzi, ovvero inflazione, ovvero le aspettative di inflazione maggiore (che potevano anche essere false) hanno effettivamente generato vera inflazione! Questa è una cifra di quanto sia cruciale il gioco delle famose aspettative in economia, e perchè tutti guardino con estrema attenzione indici come quello della fiducia dei consumatori etc...
Per comprendere invece l'idea di "economia surriscaldata" che produce inflazione basta guardare alla Cina: tutti sappiamo che ha una crescita impetuosa - ritmi di incremento del PIL del 10% annui - ma non tutti sapranno che vi è anche un'inflazione galoppante, che si può spiegare benissimo con la formula di prima.

Queste sono le fondamenta per capire il concetto di inflazione. Spero di essere stato abbastanza chiaro, e spero anche che la mia rubrica possa servire a qualcuno - non studioso di economia - per comprendere meglio i meccanismi che governano il nostro mondo. La prossima volta molto probabilmente tratterò il cosìddetto "effetto Balassa-Samuelson" sempre a proposito della mini-serie dedicata all'inflazione e derivati... quando non lo so! ;-)

Alla prossima!

Lord tojo