lunedì 29 giugno 2009

Una spiegazione convincente per l'attuale fase positiva di Borsa

Alluminio 1/01/08-29/06/09
Nickel 1/01/08-29/06/09
Rame 1/01/08-29/06/09
Chiunque operi, studi o si interessi di mercato finanziario e di Economia in generale non potrà non essersi chiesto dove stesse il senso dell'attuale fase euforica delle borse: la crisi economica sta mostrando tutta la sua profondità e gravità, le produzioni industriali dei vari Paesi segnano il passo, così come il livello occupazionale, per non parlare dell'elevato tasso di fallimenti societari.
Perché allora le borse fanno come se niente fosse?

Qualcuno propone la teoria per cui il mercato finanziario stia scontando la probabile ripresa di fine 2009: io personalmente non ci credo, e non perché non creda alle possibilità del mercato di incorporare - ed in qualche modo prevedere - la ripresa economica, ma semplicemente perché non credo assolutamente che ci sarà ripresa alla fine del 2009. Anzi, io non credo che questa arriverà nemmeno per il principio del 2010: non mi spingo oltre, andrei nel campo della preveggenza e non della finanza...

Dò credito invece, per quel che ovviamente vale la mia opinione - quasi nulla -, a chi, come Marigia Mangano, su Il Sole 24 Ore.com, collega l'attuale rally borsistico all'immensa massa di liquidità riversata dalle Banche centrali nell'economia mondiale negli ultimi mesi.

In pratica, per semplificare, saremmo di fronte al dispiegarsi della famosa legge per cui, ad eccesso di offerta di moneta, segue un'impennata, più o meno grande, dei prezzi e quindi dell'inflazione.
Qualcuno dirà: "ma perché allora non vediamo l'inflazione nelle rilevazioni fatte sui panieri dei beni di consumo?"

La risposta, anche se non pretende di essere la Verità, si potrebbe articolare così.
Gli investitori hanno per le mani una grande massa di liquidità da utilizzare e, poiché le aspettative per quanto riguarda l'economia c.d. "reale" (ovvero "cose che sferragliano" [cit.]) restano fosche, gli investimenti veri e propri languono, il reddito (dal PIL in giù) non cresce, e questi soldi si riversano nell'unica forma possibile di guadagno in questo periodo di incertezza: gli investimenti finanziari, ovvero tutto ciò che è dispregiativamente detto "speculazione". Ovviamente, l'impatto di così tanto denaro sui prezzi di azioni, obbligazioni, materie prime, etc. causa un movimento al rialzo dei prezzi di tutte queste attività, guidato non da necessità industriali ma da impieghi a breve termine.

Semplificando ulteriormente, si potrebbe dire che, per il momento, le spinte deflazionistiche che la recessione impone all'economia reale, sono ancora troppo superiori perché quelle inflazionistiche, derivate dall'espansione monetaria, abbiano effetti sui prezzi dei beni di consumo. Deflazione che invece non ha effetto sulle attività finanziarie, che quindi si apprezzano.

Non è una teoria così peregrina, in quanto, già negli anni precedenti a questa crisi, le manovre espansive e le politiche di bassi tassi di interesse (per loro natura inflazionistiche), non avevano avuto praticamente effetto sui prezzi al consumo per l'esistenza di potenti forze deflattive che ne annullavano gli effetti (per esempio l'ingresso della manodopera e dei prodotti indo-cinesi, a buon mercato, sul palcoscenico mondiale).

Staremo a vedere, io mi limito a fornire questo spunto di lettura dell'attuale fase di Borsa, sapendo benissimo che potrei sbagliarmi, ed anche di grosso. ;-)

P.s. In apertura di post ho riportato i grafici dei prezzi di alluminio, nickel e rame (tre delle materie prime più importanti, oltre alle "classiche" acciaio, petrolio e gas) dal primo gennaio 2008 ad oggi. Buona lettura!

Lord tojo


Per quelli che leggono i miei noiosi post tramite Facebook, ricordo che essi si possono rintracciare anche al "vero" indirizzo del Blog:
http://tojothelord.blogspot.com

giovedì 25 giugno 2009

Fallimento del mercato???


Rimuginavo su questa cosa da un bel po' di tempo ma solo oggi trovo la voglia di esplicitarla: sto parlando dell'acceso dibattito attorno alle cause dell'attuale crisi (che tra l'altro da alcuni è già stata ridenominata "la Grande Recessione", alla faccia della transitorietà di cui parlano alcuni...), da moltissimi imputate alla deregolamentazione ed all'eccesso di libero mercato.

Ho volutamente messo in grassetto quelle ultime parole perché, prima di lanciarsi a dare colpe e cercare capri espiatori, è necessario riflettere bene su una cosa: è davvero "libero" il mercato finanziario che abbiamo visto finora?

Attenti! "Libero" non significa una condizione dove ognuno fa quello che vuole: quella si chiama anarchia, altrimenti detta Regno dell'Irresponsabilità.

Un mercato è autenticamente "libero" quando, sì è data la possibilità alle forze economiche e produttive di mettere in pratica tutte le loro spinte propulsive, liberando le stesse il più possibile da distorsioni e vincoli normativi che siano solamente di impiccio, ma anche - e direi soprattutto - quando vige e può applicarsi la legge del "chi sbaglia paga".
Il "chi sbaglia paga" significa che, se un'impresa commette degli errori, fa investimenti sbagliati, truffa i propri clienti/dipendenti/azionisti, deve essere consentito alle forze "sane" di stringere attorno a lei un "cordone sanitario" e di lasciarla affondare, liberando spazio economico per gli attori più credibili ed onesti.
Il "chi sbaglia paga" è lo strumento automatico di sanzione che gli operatori economici infliggono a chi li raggira od a chi non dimostra di essere capace di adempiere ai propri obblighi, sanzione che si esplica con l'uscita dal mercato del "colpevole".
Il "chi sbaglia paga" è l'unico vero modo per responsabilizzare pienamente gli amministratori delle aziende e delle banche a fare bene il proprio mestiere, perché costoro sarebbero consapevoli che, nel caso le cose andassero male, nessuno sarebbe lì a salvare il loro posto od a ripianare le perdite create da loro stessi.

Oggi invece il famoso "neoliberismo" altro non è che un'estensione mondiale del vecchio motto italiano per la FIAT: privatizzare i guadagni, socializzare le perdite.
Nello slang anglosassone imperante nel mondo economico-finanziario, questa massima torinese è translitterata in too big to fail: troppo grande per fallire.
Con questa regola demenziale e tipicamente politica - nel senso che l'hanno coniata e la applicano i politici, timorosi di perdere il famoso consenso, che comunque perderanno nel medio termine per l'incapacità di risolvere davvero le crisi - si è alimentata una irresponsabilità diffusa ai vertici delle grandi imprese e dei grandi conglomerati finanziari, i quali, ormai sicuri di avere sempre a disposizione una call sull'intervento pubblico "per il Bene dei cittadini", hanno solo pensato ad espandere la propria influenza economica e soprattutto politica.

Sento spesso accusare il capitalismo odierno (delle grandi firme, ben intendiamoci!) di essere orientato troppo al breve/brevissimo e non al medio-lungo termine.
Vero, ma il motivo principale sta in quanto ho scritto sopra: assicurare che la regola del too big to fail sarà applicata, equivale a togliere dalle priorità degli amministratori d'impresa il mantenimento continuo e costante di condizioni di solvibilità e di preservazione del continuum aziendale. Tanto risolverà qualcun altro i problemi che si porranno più in là.
Ed ovviamente, togliendo ai managers la preoccupazione di mantenere prima di tutto le condizioni di persistenza del business, a questi non resta altro che darsi da fare per massimizzare il profitto immediato ed a brevissimo dell'azienda, nell'ottica di una cash-cow: una mucca da mungere. L'ottica, da imprenditoriale, ovvero capacità di assumersi rischi in prima persona al fine di ottenere un guadagno, si trasforma in predatoria, vale a dire capacità di portar via quanta più "roba" possibile prima che qualcuno scopra l'inganno.

Per questo quelli che accusano il "libero mercato" di aver fallito sbagliano, anche se inconsapevolmente: pensano che quello che c'è stato (e c'è) sia liberismo, in realtà è puro e semplice assistenzialismo deresponsabilizzato.

Lord tojo

domenica 14 giugno 2009

Presentazione dell'ultimo libro di Gustave de Molinari

Su segnalazione di un caro amico di Roma, che gentilmente mi ospitò durante una "trasferta romana" per seguire un seminario di economia "austriaca", rendo noto ai miei pochi lettori che...

Lunedì 15 giugno, dalle ore 21, presso la sede della casa editrice Rubbettino (in Roma), ci sarà la presentazione dell'ultimo libro di Gustave de Molinari:
Le serate di rue Saint-Lazare.

Interverranno Raimondo Cubeddu (Università di Pisa) e Lorenzo Infantino (Luiss).


Se avete amici romani o comunque potenzialmente interessati, fateglielo sapere! ;-)

Lord tojo

sabato 13 giugno 2009

Il successo dei Venerdì piacentini ed il futuro del centro storico


Ieri sera, in concomitanza con la grande festa di ringraziamento per la vittoria di Massimo Trespidi - evento bellissimo e pieno di gente davvero entusiasta - vi è stata anche la prima puntata dell'edizione 2009 dei Venerdì piacentini: l'equivalente nostrano delle Notti Bianche di veltroniana e romana memoria.

Mi soffermo su questi, e non sulla festa per Trespidi (come potrebbe sembrare più logico), perché davvero l'effetto che m'ha fatto il vedere il centro storico di Piacenza così pieno di gente, così sgombro di automobili fastidiose, così "libero", mi ha riportato alla mente i mille dibattiti passati, presenti, e presumibilmente futuri, sulla sorte del cuore della nostra città.

L'esempio di come "funzionino" i Venerdì piacentini, a mio avviso è illuminante; la permamenza di un centro storico abitato e vissuto passa necessariamente per due cose:
  1. totale e definitiva pedonalizzazione della cerchia delle Mura farnesiane (condita, ovviamente, con un adeguato piano dei trasporti che preveda parcheggi con interscambi efficaci con i mezzi pubblici); e
  2. rilascio ai commercianti ed agli esercizi pubblici del centro storico di più ampie possibilità, riguardo ad orari di chiusura, costi dei plateatici (ora eccessivamente alti) ed organizzazione di eventi.
Liberiamo il centro dalle macchine e la creatività degli esercenti dai vincoli burocratico-amministrativi: avremo non solo i Venerdì piacentini, ma le Settimane piacentine!

Lord tojo

giovedì 11 giugno 2009

Commentario alle Elezioni


Torno a scrivere dopo tanto tempo sul mio Blog, che nel frattempo ho ridenomitato ancora una volta - chiamandolo semplicemente LORD TOJO - e torno per scrivere il mio primo "articolo" di commento elettorale da quando non sono più un attivista, ma semplicemente un cittadino-elettore come tantissimi altri.

Poiché la politica nazionale sinceramente mi ha ormai nauseato (ed è uno dei motivi per cui non faccio più l'attivista), preferisco concentrarmi sui risultati avuti nella mia provincia (Piacenza), sia per le Provinciali che per le numerose Comunali.

Ovviamente non posso che cominciare con la gioia e la felicità per la vittoria di Massimo Trespidi in Provincia di Piacenza, primo Presidente di centrodestra nella nostra storia e primo Presidente ad essere eletto al primo turno, nonché candidato che porta un consistente valore aggiunto personale alla "dote" dei partiti che lo sostenevano.
I numeri parlano da soli e sono molto eloquenti:

Voti candidato-Presidente Massimo Trespidi --> 83.970
Voti liste a sostegno di Trespidi (PdL, Lega Nord, UDC, AS, PE) --> 76.006
Voti candidato-Presidente Gianluigi Boiardi --> 66.213
Voti liste a sostegno di Boiardi (PD, PRC, IdV, SL, 2 civiche) --> 58.216

Per completezza forse sarebbe opportuno guardare anche ai numeri delle Provinciali precedenti del 2004 (prendendo ad esempio il primo turno, notoriamente più partecipato in termini di affluenza):

Voti candidato-Presidente Tommaso Foti --> 69.266
Voti liste a sostegno di Foti (FI, AN, UdC, Sgarbi, lista civica) --> 59.891
Voti candidato-Presidente Gianluigi Boiardi --> 74.617
Voti liste a sostegno di Boiardi (DS, Margherita, PRC, IdV, PRC, PdCI, PP, lista civica) --> 62.335

Che dire?
Tenendo conto dell'ampio astensionismo che ha caratterizzato queste elezioni (a livello di Provinciali, circa il 4% in meno di votanti rispetto al 2004), non si può non notare come il centrodestra sia riuscito non solo a mantenere i propri consensi ma ad espanderli notevolmente rispetto al 2004, sia in termini di voti alle liste che di voti "personali" al candidato. Oltre a ciò è da evidenziare come la quota di oltre 83.000 voti di Trespidi sia in assoluto il massimo storico di piacentini che votano un esponente di centrodestra in Provincia... un bel record!
Guardando a sinistra non si può che vedere un quadro decisamente desolante: continua il trend decrescente di consensi al centrosinistra, sia a livello di liste che di candidato-Presidente, il che lo riporta ai livelli del 1999, quando però il centrosinistra era "monco", poiché nell'allora Ulivo mancava la presenza dell'ala comunista (l'era di Dario Squeri, per intenderci...).

Apro e chiudo una parentesi personale su Trespidi. Massimo ha vinto, ed ha vinto con questi numeri soprattutto in barba a coloro che lo denigravano e lo consideravano un candidato "debole", etc. etc. etc.

Venendo ai partiti, molte cose sono cambiate ed anche la "foresta pietrificata" della politica nostrana ha subito dei begli scossoni.
Non comincerò in modo "scontato", come han fatto in tanti, partendo dal successo della Lega: per me la sua avanzata era praticamente scontata; le davo almeno il 15% da diversi mesi - e sono in molti a potermi fare da testimoni - e chi non se l'aspettava probabilmente ha vissuto in un'altra provincia.
Parliamo invece del PdL, o meglio del flop del Popolo della Libertà, perché di flop bisogna parlare quando un partito a vocazione maggioritaria (nel senso assoluto del termine) prende il 29,99% (pari a 42.618 voti), rispetto ad un "bottino" del 37,36% del 2004 (pari a 53.026 voti) - sommando FI, AN e la lista Oltre i Partiti, riconducibile all'onorevole Foti .
Qui non esiste la scusante dell'astensionismo, perché si è visto bene dai dati che il centrodestra a Piacenza non ha mai avuto - nel complesso - così tanti consensi, e che quindi l'astensione ha evidentemente penalizzato il centrosinistra.
Non esiste neppure l'effetto-travaso, derivante da un candidato-Presidente di partito diverso, visto che Massimo Trespidi è Vice-Coordinatore del PdL e già Coordinatore provinciale di FI: diciamo piuttosto che Massimo ha vinto nonostante il PdL fosse in calo, e chissà quanti voti gli ha avitato di perdere con la sua presenza!
Tanto per farvi un'idea, la sola FI nelle Politiche 2001 prese il 35% dei suffragi in provincia di Piacenza...

Ho sempre avuto perplessità sul progetto e sull'idea di fondo del PdL: questi risultati, per non parlare di quelli nazionali, non mi han certo fatto cambiare idea.

Medesimo discorso si potrebbe fare sul PD, anche se mi sembra evidente che, sui risultati locali dei democratici, abbiano influito alcuni fattori straordinari come:
  • la presenza di una pseudo-lista civica, che in realtà sempre più si rivela essere il Partito di Boiardi, mascherando così abilmente quella che sembrerebbe a tutti gli effetti una scissione dal PD;
  • le faide intestine e le divisioni che, come un fiume carsico, lasciavano intravedere una non-condivisione di tutto il PD sul nome di Boiardi, in primis l'area riconducibile al Sindaco di Piacenza, Roberto Reggi, più volte assiduo assenteista agli eventi elettorali di Boiardi... del resto "non mi ha mai invitato!"
Certo è che, a mio parere, per lo schieramento democratico riferente a Reggi, la sconfitta di Boiardi è molto meno traumatica e nociva di quanto si possa pensare: Reggi ora è l'unico grande Amministratore in carica e popolare del PD nella nostra provincia, vale a dire che si può, a giusto titolo, definire il vero deus ex machina dei democratici piacentini. Questione di mesi e ci sarà un Congresso dove lo stesso Reggi potrà giustamente far valere la sua linea politica - incline alla vocazione maggioritaria del PD - e porre le basi per la sua ascesa ai livelli nazionali del partito, fatto tanto più probabile considerando che il Sindaco è già al suo secondo madato e che attualmente l'assessore De Micheli - "reggiana" di ferro - detiene anche uno scranno in Parlamento, guarda-caso per strenua volontà di Reggi. Se poi aggiungiamo la stretta amicizia tra Reggi ed Enrico Letta, possibile candidato-Segretario nazionale del PD, gli indizi sono evidenti...

Voglio dedicare ora un passaggio anche ai "candidati minori", in particolare all'amico Alberto Squeri ed alla sua lista "Unirsi al Centro".
Premesso che tutti hanno il diritto di candidarsi, voglio qui pubblicamente ammettere che né io - sicuramente non ostile alla famiglia Squeri, data l'amicizia a livello familiare e personale con diversi di loro - né molti altri, pure vicini al fratello Dario durante le Comunali 2007, abbiamo capito fino in fondo il perché di questa avventura.
Come giustamente diceva un amico - che qui non cito, ovviamente - molto vicino agli Squeri, il vero handicap di partenza della lista era la mancanza di un "tema forte" su cui impostare la campagna elettorale.
Partendo dall'idea - dichiarata apertamente - di non puntare a vincere ma ad ottenere il 3% (e quindi un Consigliere provinciale), è evidente che un simile obiettivo debba coniugarsi necessariamente con l'idea di essere un movimento di testimonianza di un tema specifico: non si può avere obiettivi elettorali di nicchia ed idee programmatiche generaliste, è un contro-senso!
Faccio un esempio: Dario Squeri, nel programma per Piacenza 2007, mise un forte accento sulla tematica ambientale e del rilancio del centro storico della città. Un'idea non peregrina sarebbe stata quella di riprendere in mano fortemente questi temi - oggettivamente un po' "dimenticati" in questa campagna elettorale - e candidarsi a rappresentarli e difenderli in Consiglio provinciale, a mò di lobby.
Comunque capita a tutti di perdere, ci mancherebbe...

Per concludere questo lunghissimo post, frutto della lunga "astinenza da blog", non posso che ricordare come questa tornata elettorale abbia riguardato anche moltissimi Comuni della provincia, dove in diversi casi ci sono stati veri e propri "ribaltoni" (Sarmato, Ziano, Lugagnano, Castell'Arquato, Bobbio...), ma che soprattutto hanno segnato l'inizio dell'ascesa di una generazione molto giovane di amministratori, sia di minoranza che di maggioranza.
Mi voglio qui riferire ovviamente all'imprenditore venticinquenne Jonathan Papamarenghi, neo-Sindaco di Lugagnano che ha scalzato il centrosinistra da una sua "roccaforte"; all'ingegnere consulente di ONU e NATO Giovanni Piazza, neo-Sindaco di Ottone; alla lista che ha vinto a San Pietro in Cerro, tutte persone nuove della politica; ai neo-consiglieri di maggioranza (e magari anche futuri assessori) Massimo Bollati di Castel San Giovanni, Daniele Razza di Nibbiano e Samuele Uttini di San Giorgio, tutti e tre record-men di preferenze personali; ai giovani come Paolo Bottazzi di Pontenure, eletto con numerose preferenze all'opposizione; ai mancati-consiglieri per un soffio, come Alex Dovani di Alseno, Martina Platè di Bobbio ed Andrea Rossetti di Pontenure.
Mi riferisco ovviamente anche agli attuali mancati-consiglieri provinciali, ma che un domani potrebbero diventarli, in caso di dimissioni di qualche Consigliere divenuto Assessore, Michele Magnaschi del PdL e Thomas Pagani della Lega Nord, entrambi giovanissimi.

E' con il pensiero a tutti costoro, che ho anche la fortuna di conoscere personalmente, che concludo questa lunga (e temo noiosa) analisi, facendo loro un grosso "in bocca al lupo" e "complimenti", nella certezza che potranno contare, d'ora in avanti, su un Presidente della Provincia disponibile ed attento come Massimo Trespidi.

Lord tojo

sabato 21 febbraio 2009

Il PD sceglie di non scegliere

Potrà sembrare strano che dopo tanto non scrivere sul Blog, durante un periodo di ferma forzata (a causa dell'influenza che mi attanaglia), decida di mettermi alla tastiera e scrivere, soprattutto se l'oggetto è una realtà da me distante come il PD.

Devo ammettere che ho sempre guardato con ammirazione ed interesse all'intero processo di edificazione del Partito Democratico all'italiana, se non altro perché vi intravedevo da una parte il tentativo - credo anche abbastanza sincero - da parte dei vecchi gruppi dirigenti post-comunisti e post-democristiani di mettere da parte il passato, dall'altra perché tutto il percorso di avvicinamento al PD conteneva alcuni interessanti spunti per tutta l'Italia, a partire dall'idea (eccellente) delle Primarie. Che fossero e che siano più o meno "pilotate" - anche se per "pilotate" si intende l'ingerenza dei gruppi di vertice, non certo la falsificazione sistematica dei risultati - esse hanno introdotto un briciolo di "mobilità sociale" all'interno del maggior partito della sinistra italiana, con gli inevitabili seguiti di "contagio" virtuoso verso il resto del sistema politico, perfino verso il PdL, notoriamente più affine a procedure verticistiche (per quanto spesso azzeccate).

Anche di Veltroni ho sempre avuto - ed avrò - una buona impressione: certo, si vedeva lontano un miglio che molti suoi discorsi erano "pappette" e sciorinate di ovvietà in cui non credeva nemmeno lui, si sapeva che molte sue posizioni "rivoluzionarie" (come l'allontanamento dei comunisti dal PD) erano dettate dalla convenienza del momento, tuttavia già il fatto che abbia detto e fatto alcune cose merita rispetto, per lo meno il mio.

In queste ore convulse successive al suo "gran rifiuto" (ovvero le sue dimissioni da Segretario) va di moda suggerire che non fosse opportuno un suo così impulsivo abbandono, che il comandante non se ne va mentre la barca affonda, etc. etc. Tanti inutili "bla bla" a mio vedere.
A parte il fatto che mi è sempre apparso un tantino mitologica la metafora del comandante che resta sul ponte della nave che affonda: quando mai si è visto concretamente accadere questo? Mi si potrà citare Churchill contro i tedeschi nella II Guerra Mondiale oppure qualche altro esempio simile, ma sarebbe fuorviante: i vari Churchill & company non stavano su una barca che affondava ma su una barca che - per continuare la metafora - navigava in cattive acque, ma che aveva di fronte una prospettiva ed un obiettivo ben definiti. L'unico che ora mi sovviene sia rimasto sulla famosa barca in affondamento mi risulta fosse Hitler che, rinchiuso nel suo bunker di Berlino, aveva capito che non c'era più nulla da fare e trascinò che sé l'intero suo Paese: non proprio un esempio fulgente!

Perdonate questa digressione. In ogni caso Veltroni a mio parere bene ha fatto ad andarsene, e questo a mio parere perché ha fatto in modo di salvare quella certa coerenza di progetto (del tipo di partito dovesse essere il PD) che aveva fin qui dimostrato di avere, fondata su alcuni punti essenziali:
  • vocazione maggioritaria, con rifiuto di alleanze nazionali (e possibilmente anche locali) con partiti di sinistra estrema e preferenza per un PD grande ed indipendente;
  • rinnovamento dell'immagine della sinistra tramite l'inserimento di una buona dose di pragmaticità di idee al suo interno;
  • superamento della forma-partito '800-'900esca fatta di tessere e congressi per passare ad un modello più aperto, liberale e meno militarizzato, soprattutto tramite lo strumento delle Primarie.
Non ci vuole un genio per capire come sarebbero andati in alternativa i prossimi mesi di segreteria veltroniana: continue risse interne al PD, punzecchiature da parte dei dirigenti "amici", probabili sconfitte elettorali e quindi nuove accuse al Segretario, fino a fargli rinnegare a poco-a poco tutte le sue "scelte di campo" in nome del ritorno ad un modello di centrosinistra abnorme e sconclusionato come visto fino al 2008.
Non è difficile credere a Veltroni quando dice di non essere stato messo nelle condizioni di mettere del tutto in pratica il suo programma politico: avrebbe dovuto far fuori Bassolino, ma non ne aveva la forza né forse la possibilità "legale", avrebbe dovuto cacciare D'Alema, ma sapeva che non ce l'avrebbe potuta fare con un atto d'imperio, avrebbe dovuto fare una serie di cose che solo con poteri emergenziali e di "semi-dittatura" gli sarebbe stato concesso di fare. Ma queste stesse condizioni si possono verificare solo in condizioni di estrema emergenza, quando a rischio vi è la stessa sopravvivenza, in questo caso non tanto del PD come sigla ma dell'intera idea di un blocco alternativo al centrodestra.
Nonostante le sconfitte inanellate dalle Politiche 2008 ad oggi, però, quella sensazione straordinaria di pericolo non è ancora presente né nel gruppo dirigente del PD né in gran parte della base che, in fondo in fondo, sente un po' la mancanza delle invettive anti-berlusconiane.

La situazione in cui versa il PD è in fin dei conti una riuscita allegoria dell'Italia complessivamente intesa, ovvero un'entità in profonda crisi da anni, con urgente necessità di cambiare profondamente ma troverà il modo di farlo solamente quando sarà sull'orlo del baratro e dell'estinzione: solo allora l'istinto di sopravvivenza farà il suo dovere.

Quel momento tuttavia non è ancora arrivato. Anche oggi il PD, con l'elezione di Franceschini, ha dimostrato di non voler scegliere, perché timoroso delle conseguenze che certe scelte comportano: ci si vede a dopo le Europee...

Lord tojo